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Renzi e la leadership politica in Europa

Roberto Castaldi
27 maggio 2015

 

Il contributo italiano sulla riforma dell’Unione Economica e Monetaria – che avrebbe dovuto rimanere riservato, ma che è stato pubblicato domenica dal Foglio – merita una riflessione nel merito e nel metodo. Da molto tempo di fronte ai problemi e alla crisi l’Europa non è riuscita ad esprimere una leadership in grado di decisioni coraggiose. La linea del galleggiamento e del rinvio sotto l’egemonia debole e riluttante della Germania non ha però portato grandi frutti. I movimenti populisti si rafforzano, alcuni puntando contro l’Europa, altri chiedendo un’Europa diversa. La Grecia rischia il default e l’uscita dall’euro, ipotesi esplicitamente esclusa dai Trattati, che mostrerebbe al mondo che l’Unione monetaria non è irreversibile e rischierebbe di avviare un processo di disgregazione progressiva. La vittoria dei Conservatori nel Regno Unito e dei nazionalisti alle presidenziali polacche, testimoniano l’inadeguatezza dell’Unione esistente nel contrastare il riemergere dei nazionalismi.

Finora il Presidente del Consiglio Renzi aveva rivendicato a gran voce la necessità che l’Europa cambi. Era riuscito a trovare una sponda efficace nella Commissione Juncker e insieme sono riusciti a modificare l’agenda europea su molti punti. Si è passati dalla centralità dell’austerità a quella della crescita, attraverso il Piano Juncker, la comunicazione sulla flessibilità, l’agenda digitale, il rilancio dell’unione dei capitali e del completamento del mercato unico. Alla richiesta italiana di una risposta europea alle tragedie del Mediterraneo i governi nazionali hanno risposto molto timidamente nel Consiglio europeo straordinario, e su quei tentennamenti si è innestata un’iniziativa molto più avanzata della Commissione sia rispetto all’accoglienza che al contrasto del traffico di esseri umani.

Tuttavia, Renzi è sempre stato vago sulla sua idea d’Europa, proponendo nei suoi discorsi immagini e riferimenti, ma pochi contenuti su quali riforme istituzionali, quali competenze e quali poteri dovesse avere l’Europa che voleva. Il documento italiano ci aiuta a capire cosa pensi il governo, e in primis il Presidente del Consiglio, visto che la redazione è stata affidata al suo staff,coadiuvato anche da quello del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Dipartimento per le politiche europee.

L’Italia è contro i temporeggiamenti e chiede decisioni coraggiose per superare la crisi e trarne tutte le lezioni, per arrivare a un’Europa più unita, solidale, democratica, in grado di battere i populismi e riconquistare il consenso dei cittadini garantendo loro crescita e sicurezza. Riprendendo il Rapporto dei Quattro Presidenti del dicembre 2012 rilancia gli obiettivi delle unioni bancaria, di bilancio, economica e politica, in modo da rendere l’Unione monetaria davvero irreversibile, resistente, performante e solidale. In pratica l’Italia propone una garanzia europea sui depositi bancari; un meccanismo di sostegno contro la disoccupazione, anche con funzioni anti-cicliche; una politica economica e fiscale complessiva dell’Eurozona, sulla base della quale predisporre le raccomandazioni agli Stati membri su un arco di tempo pluriennale, per avere il tempo di mettere in atto le riforme, contando su incentivi europei; un bilancio europeo basato su vere risorse proprie e in grado di garantire beni pubblici e investimenti europei per la crescita; la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo. Per realizzare tutto questo l’Italia è pronta anche a modificare i Trattati, sebbene individui nelle cooperazioni rafforzate e nelle clausole passerelle possibili strumenti per procedere più rapidamente e garantendo il coinvolgimento del Parlamento europeo.

L’agenda è ambiziosa e richiederà un impegno forte e costante per venire realizzata, cercando sponde e alleanze e avendo il coraggio di prendere l’iniziativa. A giugno si vedrà quanto di questa agenda entrerà nel nuovo Rapporto dei Quattro Presidenti (della Commissione, del Consiglio europeo, della Banca Centrale e dell’Eurogruppo). Poi si capirà la sua capacità di sfruttare il fatto che il PD sia la componente maggiore dei Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, per spingere quest’ultimo a prendere l’iniziativa e a insistere su tale agenda. Il Parlamento ha diversi Rapporti in preparazione su tali temi su cui i parlamentari del PD possono giocare un ruolo chiave: da quelli della commissione Affari Costituzionali, in cui una dei relatori è Mercedes Bresso, a quelli della commissione Affari Economici, presieduta da Roberto Gualtieri.

Un ruolo importante potrebbe poi giocarlo Mario Monti, che coordina un Gruppo di alto livello sulle risorse proprie dell’Unione, incaricato cioè di fare proposte per riformare il bilancio europeo, soprattutto dal lato delle entrate. Nell’integrazione europea questo tipo di gruppi ha svolto talvolta un ruolo cruciale, quando hanno saputo fornire soluzioni tecniche molto avanzate, intorno alle quali è stato possibile coagulare un consenso politico: basti pensare al Comitato Delors che ha aperto la strada all’unione monetaria. Al contrario, quando si sono auto-censurati nel tentativo di individuare il minimo comun denominatore della volontà politica in quel momento, i loro rapporti sono spesso finiti del dimenticatoio. Anche su tale fronte dunque l’Italia può giocare un ruolo decisivo.

Nel corso della legislatura vedremo quanto efficace si rivelerà la leadership di Renzi a livello europeo. È lì che si gioca la battaglia tra democrazia e demagogia, tra un’Europa prospera e con un ruolo nel mondo e un continente in declino e alla deriva, circondato da instabilità e tensioni che non sa affrontare.

* Professore associato di Filosofia politica alla Università eCampus; per il CSF, co-editor di Perspectives on Federalism e del Bibliographical Bulletin on Federalism

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