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L’Unione europea e la crisi libica: remake o sequel?

Lorenzo Vai
24 Febbraio 2015


La moda dei remake che ha contagiato Hollywood sembra essere arrivata anche a Bruxelles, con la differenza che in Europa, dopo qualche anno, a venir riproposte non sono delle sceneggiature cinematografiche ma delle scelte politiche. O ancora peggio, la loro assenza.

La situazione di forte instabilità politica in Libia, giunta sul baratro della guerra civile, ha dato ragione a chi prevedeva che la caduta di Gheddafi avrebbe lasciato nel Paese nordafricano un vuoto di potere difficilmente colmabile. Eccetto che per l’odio nei confronti del Colonnello (e l’opportunità politica di sostituirlo), i diversi gruppi rivoluzionari dichiaratisi vincitori alla fine del conflitto del 2011 si sono rivelati divisi su tutto, a partire dal riconoscimento di un unico governo legittimo dopo le elezioni del parlamento nazionale tenutesi il 25 giugno 2014. Ai due governi libici proclamatisi tali, uno riconosciuto dalla comunità internazionale ed uno no, e alla frammentata composizione etnica e tribale che ha da sempre contraddistinto le regioni del Paese (riunite sotto un’unica bandiera dal colonialismo italiano), si è infine aggiunta la minaccia terroristica proveniente dallo Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis). Sebbene risulti per ora difficile delineare con precisione l’entità del pericolo – Isis è ormai divenuto un marchio fruibile da ogni gruppo islamista – la presenza di questo nuovo fattore d’instabilità certifica mediaticamente ciò che era chiaro a molti già da diversi anni: l’esistenza di uno stato fallito di fronte alle coste dell’Unione europea (e dell’Italia).

Nel 2011 la crisi libica venne ritenuta il primo serio banco di prova per l’Alto rappresentante (Ar) dell’Unione europea (Ue) Catherine Ashton, per poi diventare, qualche mese dopo, uno dei suoi primi fallimenti. Ai tempi, qualsiasi tipo di iniziativa concordata a livello europeo fu anticipata dall’interventismo franco-britannico, sospinto tanto dalle brutali repressioni della popolazione civile condotte da Gheddafi quanto dallo sfruttamento dei suoi pozzi petroliferi. L’azione dell’Ue arrivò in ritardo, a giochi fatti, attraverso il lancio nel 2013 di EUBAM Libya, una missione civile di assistenza al controllo delle frontiere che contava un personale di 17 funzionari (sic) prontamente trasferiti in Tunisia nell’ottobre dello scorso anno a seguito del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza. Insomma, non proprio la missione di maggior successo dell’Ue, considerati soprattutto l’incontrollato traffico di armi che attraversa le frontiere libiche rifornendo i gruppi in conflitto, e le centinaia di persone vittime del traffico di migranti verso l’Europa. L’ironia della sorte ha voluto che la crisi libica in corso diventasse anche il primo test per Federica Mogherini, nuova responsabile della politica estera europea.

Cosa può fare Mogherini per non ripercorrere gli stessi errori di Ashton? Poco, purtroppo.

La pacificazione della Libia non può che iniziare dalla sconfitta dei gruppi terroristici, conseguibile attraverso l’intervento dell’esercito libico (disunito e mal equipaggiato) o tramite l’aiuto esterno di una missione di peace enforcement sotto mandato delle Nazioni Unite (Onu). Nel primo caso, il rafforzamento dell’esercito nazionale rimane vincolato agli sviluppi del dialogo diplomatico che Bernardino León, Rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu, sta conducendo tra i diversi gruppi di potere libici. Si tratta di una partita diplomatica in cui l’Ue non è direttamente coinvolta. Il contributo dell’Unione potrebbe arrivare solo in un secondo momento, concretizzandosi, ad esempio, in una missione di addestramento delle forze armate sul modello dell’operazione EUTM lanciata nel 2010 in Somalia.

Nel caso di un intervento militare internazionale sotto l’egida dell’Onu (opzione per ora remota, viste le resistenze di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, Russia in primis) l’Ue potrebbe decidere di schierare i suoi Battlegroups (gruppi militari multinazionali di reazione rapida) finora mai utilizzati. Una scelta che appare tuttavia puramente teorica considerate le divergenze emerse tra gli Stati membri (Sm) dell’Ue sull’uso della forza nel teatro libico. Le iniziative dell’Unione europea potrebbero trovare maggiore spazio di manovra in una successiva fase di consolidamento e mantenimento della pace. Scenari più vicini ai compiti svolti dalle missioni civili e militari dell’Ue.

Le vie percorribili da Mogherini sono dunque poche, e rese strette dai molteplici interessi nazionali in gioco non ancora confluiti in un comune interesse europeo. La lotta al terrorismo, il contrasto al traffico di immigrati e la sicurezza energetica sono problemi interconnessi, condivisi da tutti gli Sm più di quanto possa sembrare. Affrontarli in ordine sparso ha contribuito a creare l’odierna crisi libica, i cui effetti, questa volta, non tarderanno a presentarsi.

In un remake di quanto avvenuto nel 2011 il finale è già scritto, lo stiamo vedendo. Nel dopo Gheddafi, la gestione delle complessità libiche avrebbe necessitato un più serio e coordinato coinvolgimento, sia a livello politico che militare, da parte di tutti gli attori regionali, valutando anche soluzioni quali la federalizzazione del Paese. Tocca ora all’Ar Mogherini la “missione quasi impossibile” di favorire tra gli Sm un sequel, una storia differente ma cosciente degli errori del passato. Un ruolo che potrebbe vederla impegnata a pacificazione avvenuta, pur rimanendo consapevoli che gli attori protagonisti, nella politica estera europea, per ora continuano ad essere gli Stati.

* Ricercatore del Centro Studi sul Federalismo e dell’Istituto Affari Internazionali

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