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Roberto Castaldi
20 aprile 2015

 

Ormai da troppo tempo le stragi ci colpiscono come un pugno in faccia, che fa male, ci fa piangere come bambini, lasciando un livido che passa da solo dopo poco tempo, e non richiede interventi e cure di lungo periodo. E così, dopo poco, ne arriva un altro. Che sia una strage di migranti in mare, di cristiani in Medio Oriente, di studentesse africane, di musulmani di un’altra confessione, di ucraini pro-Europa o filo-russi, di ebrei europei, di palestinesi in campi profughi, di vignettisti e giornalisti in giro per il mondo, la nostra indignazione è tanto impetuosa quanto di breve durata. Può produrre azioni simboliche, manifestazioni, post, tweet, in grado di esprimere le nostre emozioni, il nostro cordoglio e di alleviarci il dolore facendoci credere che “abbiamo fatto qualcosa”, e “non siamo rimasti indifferenti”. Ma è incapace di tramutarsi in un’azione concreta, ragionata e di lungo periodo per cambiare le cose.

E c’è sempre qualcuno pronto a specularci sopra per ragioni politiche, cercando di scaricare su chi è al governo la responsabilità dell’ennesima strage di migranti, di cui non gli importa nulla, visto che fino a poco tempo fa alcuni esponenti leghisti proponevano di sparare addosso ai barconi di migranti, a testimonianza di quanto stanno loro a cuore le vite umane, e della loro concezione della vita e della dignità umana. È il segno del degrado della nostra società e dell’erosione dei valori e delle basi della civiltà europea moderna, che apre la strada all’emergere di populismi e pulsioni alla chiusura, alla ricerca del capro espiatorio.

La cosa più grave è che l’atteggiamento di sdegno morale e inazione politica è diffuso tanto tra i cittadini quanto tra i governi e le élites politiche. Tutto intorno all’Europa il mondo brucia: abbiamo subito passivamente l’annessione militare della Crimea alla Russia; fingiamo di non vedere la guerra in corso tra la Russia e l’Ucraina; non riusciamo a rilanciare il processo di adesione della Turchia, necessario al consolidamento di una democrazia liberale in uno Stato laico e occidentale sebbene a maggioranza musulmana, messo alla prova dagli sconvolgimenti del mondo islamico e a rischio di una svolta autoritaria, anche a causa dei tentennamenti europei; ci siamo assuefatti ai massacri in Iraq, Libia e Siria – la cui guerra civile ha portato più profughi nella povera Giordania negli ultimi due anni di tutti gli sbarchi di cui ci lamentiamo e che non riusciamo a gestire; all’instabilità cronica in tutto il Medio Oriente e Nord Africa.

Ma noi siamo al caldo e abbiamo la pancia piena, anche se ci lamentiamo che le cose vanno male, e non sembriamo percepire i rischi che l’instabilità tutto intorno a noi comporta per la nostra sicurezza e il nostro modo di vivere. Dal 1945 non siamo mai stati sovrani, l’Europa essendo divisa in satelliti americani e russi, e non ci siamo mai occupati delle cose del mondo, lasciando alle super-potenze di farlo. Di fronte all’ascesa cinese l’attenzione americana si è spostata sul Pacifico e il vuoto di potere conseguente crea un’instabilità in Africa e Medio Oriente che solo l’Europa può cercare di contrastare. Ma gli Stati nazionali, mai come oggi “polvere senza sostanza” come ricordava Luigi Einaudi dalle stanze del Quirinale, restano gelosi di quelle competenze che non sanno esercitare.

Così i governi nazionali hanno risposto con un silenzio assordante al rilancio del tema dell’esercito europeo, ovvero dell’integrazione sul campo della difesa, che permetterebbe di risparmiare risorse e aumentare le capacità, da parte del Presidente della Commissione Juncker qualche settimana fa. Ed è opportuno notare che ancora una volta è solo dalle istituzioni sovranazionali europee che arriva una visione lungimirante. Gli Stati nazionali si lamentano, invocano la solidarietà europea, ma in realtà non chiedono aiuto all’Unione, ma agli altri Stati, come se non sapessero che la solidarietà si può esprimere solo attraverso istituzioni e politiche comuni.

L’Unione quindi continua a non avere le competenze, i poteri e le risorse in materia di politica estera e di sicurezza, di migrazioni e asilo. In questo quadro alcuni invitano l’Italia ad agire da sola, come fece con Mare Nostrum. Altri denunciano l’incapacità di agire dell’Europa, per ignoranza o per calcolo. Altri chiedono opportunamente un salto in avanti dell’integrazione politica dell’Europa e un aumento della sua capacità d’azione.

Renzi si propone come un leader coraggioso e innovatore. Il Consiglio Europeo straordinario da lui richiesto sarà storico e “straordinario” se vi verrà formulata una proposta strutturale, lungimirante e di lungo periodo. Che cos’altro deve succedere perché l’Italia proponga l’avvio di una cooperazione strutturata permanente sulla difesa? Bisogna iniziare l’integrazione verso un esercito europeo, che sia incaricato del controllo delle frontiere esterne dell’Unione, tanto a sud quanto ad est, in modo da favorire la partecipazione di quanti più Stati possibile. L’indisponibilità della Gran Bretagna non può essere usata come alibi – e considerata la possibilità di una sua uscita dall’UE, è meglio così. Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Olanda, Grecia da sole garantiscono la maggioranza delle spese militari europee. Procedere con la Cooperazione strutturata permanente creerebbe strumenti d’azione immediata e aprirebbe la via all’unione politica, che l’Italia, incluso Renzi, ha sempre sostenuto, almeno a parole.

Il resto sono solo lacrime di coccodrillo.

* Professore associato di Filosofia politica alla Università eCampus; per il CSF, co-editor di Perspectives on Federalism e del Bibliographical Bulletin on Federalism

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